15.Dṛṣṭānuśravika-viṣaya-vitṛṣṛṣṇasya vaśīkāra-saṃjñā vairāgyam

(per) ciò che si vede (in questo mondo); visibile; fisico/ (e) udito; promesso nelle scritture; rivelato/oggetti/ si colui che ha cessato di aver sete/ consapevolezza della padronanza perfetta dei (desideri) / non attaccamento; distacco.

La consapevolezza della padronanza perfetta (dei desideri) nel caso di chi abbia cessato di anelare agli oggetti, visibili o non visibili, è il vairāgya.

Per raggiungere lo stato di samadhi è necessario che la mente goda di uno stato di quiete totale. Nessun pensiero, nessuna immagine deve attraversare la coscienza del sādhaka (aspirante), mentre sta meditando. Il desiderio degli oggetti che vediamo o di cui abbiamo sentito parlare, inevitabilmente catturano l’attenzione della mente rendendola inquieta e distratta. In realtà è necessario eliminare sia il desiderio (rāga)  degli oggetti che la repulsione (dveṣa) per essi, perché entrambe queste forze portano la mente in uno stato di agitazione. La parola Anuśravika si riferisce a ciò che nelle scritture sacre delle religioni si promette dopo la morte a colui che segue certe regole e crede in certi dogmi. Anche il desiderio di una vita ultraterrena fatta di gioie e felicità, rappresenta  una forma di attaccamento che ci allontana da noi stessi, dal nostro puruṣa.  Anche se lo yoga non  nega l’esistenza di altri mondi, di un eventuale paradiso o inferno, non ritiene che, attenersi a certe regole per raggiungere le gioie del paradiso, sia un atteggiamento mentale corretto. Ogni conquista morale è in tal senso dovuta alla propria esperienza di vita, al proprio percorso di crescita ed è indipendente dal premio che potremmo ricevere nell’essere più vicini a Brahman ( unità cosmica da cui tutto procede, creatore ). La nostra evoluzione è in un certo modo un compito che ci tocca a prescindere dal risultato finale. Il vairāgya è quindi anche distacco dal risultato che si può ottenere dalla pratica dello yoga.

Per vairāgya si intende inoltre un dominio dei desideri che non è dovuto alla perdita di interesse per qualcosa di cui abbiamo già fatto sufficiente esperienza, o al nostro isolamento dal mondo e dalle tentazioni che da esso possiamo ricevere. Vairāgya non è nemmeno il piacere e la beatitudine che certe cose possono suscitare in noi, ma è l’attaccamento ad esse, cioè tutte quelle dipendenze che non rendono lo yogi autosufficiente.

Vairāgya non è nemmeno qualcosa che debba essere ottenuta per mezzo di una lotta sfrenata contro i nostri desideri, il distacco dovrebbe nascere naturalmente con la pratica costante dello yoga ( abhyasa ), a causa di una intelligenza discriminatoria chiamata viveka che semplicemente ci induce a rivalutare ciò che è veramente importante rispetto a ciò che non lo è. Chiunque maturi il viveka si renderà conto che ognuno di noi ha tutto il necessario per la felicità dentro se stesso. 

16. Tat Paraṃ puruṣa-khyāter guṇavaitṛṣṇyam

quello/ supremo, ultimo /per o da consapevolezza del puruṣa o dell’io/ libertà rispetto al minimo desiderio dei guṇa.

Quello è il vairāgya supremo, nel quale, a causa della consapevolezza del puruṣa, vi è cessazione (anche) del minimo desiderio dei  guṇa

Quando si persegue per lungo tempo la strada dello yoga, si raggiunge l’obiettivo finale dell’intero processo della disciplina, il kaivalya o liberazione da ogni illusione e da ogni attaccamento. Questo stato di totale libertà anche dalle minime attrazioni, nasce con il dissolvimento dell’ avydiā ( ignoranza ) ovvero quando lo yogi si rende conto che tutto è contenuto nel purusa, nell’anima e che tutto quello che lo circonda è il prodotto della sua mente.

“Gli oggetti si ritraggono dall’anima incarnata di colui che si astiene dal fruirne: non così il gusto per essi. Ma anche il gusto per queste cose dilegua, dopo che si è visto il Supremo” Bhagavad-Gītā ṣloka (II-59)

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